Meloni di Brindisi

Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano – P.A.T.  

ELENCO PRODUTTORI

Zona di produzione: Provincia di Brindisi.

Descrizione

Descrizione sintetica prodotto: In tutta Italia è notoria la fama dei Meloni di Brindisi, raccolti in estate e commercializzati con diversi mezzi (al dettaglio e all’ingrosso, dal mercato rionale all’ipermercato, sui campi e con vari mezzi di locomozione che vanno in giro per i paesi a proporre l’acquisto).

Descrizione delle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura: Prodotto consumato fresco.

Materiali, attrezzature specifiche utilizzati per la preparazione e il condizionamento: Eventualmente forbici o coltello e contenitore per la raccolta.

Descrizione dei locali di lavorazione, conservazione e stagionatura: Subito dopo la raccolta e/o il confezionamento, il prodotto viene venduto (Bianco, 1990).

Elementi che comprovino che le metodiche siano state praticate in maniera omogenea e secondo regole tradizionali per un periodo non inferiore ai 25 anni: Nel libro “Puglia dalla terra alla tavola” (AA.VV., 1990, Editore Mario Adda, Bari), di cui si riporta anche la copertina, a pagina 352 viene presentata la cucina della provincia di Brindisi con queste parole: “Nel Brindisino (…) La cucina, fatta di pochi piatti base, ha le sue antiche radici e il suo orgoglio nei frutti di mare e nel pesce, e nei profumi dell’orto: tra tutti trionfa quello dei meloni e dei poponi”.

Sul numero 3 (anno II) dell’1 febbraio 1953 del settimanale “il Cittadino indipendente della domenica”, stampato a Brindisi, fu segnalata l’istituzione “in Brindisi di una Borsa merci e di un mercato all’ingrosso” nell’articolo in prima pagina “Borsa merci e mercato all’ingrosso”. Nell’articolo (che qui si riproduce) Mario Farina sottolinea alcuni dati “di produzione e di esportazione dei prodotti dela nostra terra” tra cui 150.000 quintali di “Melloni”.

Nel testo ‘Orticoltura’ coordinato dai proff. Bianco e Pimpini si riferisce che nel ‘Catalogo comune delle varietà di specie di ortaggi’ pubblicato nel 1986 dalla CEE erano iscritte oltre 300 cultivar, di cui l’Italia deteneva il maggior numero di iscrizioni, tra le quali si cita la cultivar di melone ‘Brindisino’ (Bianco V.V., 1990. Melone. In: Orticoltura (a cura di Bianco V.V. e Pimpini F.). Patron editore, Bologna, 564-609).

Un riferimento ai meloni di Brindisi con foto è presente nel libro “Coltivazioni erbacee” di Enrico Pantanelli (Coltivazioni erbacee di Enrico Pantanelli – Prima edizione 1955, prima ristampa 1964 -Edizioni agricole Bologna) a pagina 226:

Tra i documenti ritrovati dal Progetto “Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia (BiodiverSO)” si segnala il trattato ‘Ortaggi di grande reddito’ scritto nel 1937 dal prof. Tamaro ed edito dalla Hoepli di Milano. Una copia di questo trattato di orticoltura industriale (composto da due volumi) è attualmente conservata presso la biblioteca del Dipartimento DISAAT della ex-Facoltà di Agraria di Bari.

Sul trattato ‘Ortaggi di grande reddito’ (Tamaro D.., Edizioni Hoepli, 1937), conservato presso il DISAAT.
L’estratto del trattato è dedicato a ‘I poponi brindisini’ in cui si racconta come la coltura industriale dei meloni fosse molto diffusa nell’agro di Brindisi, e che le varietà coltivate fossero ben note anche all’estero, in particolare per quelli ‘invernali’. Il prof. Tamaro cita quale sua fonte il dott. Francesco Arnese, uno sperimentatore pugliese appassionato di orticoltura, il quale suggeriva la seguente distinzione per le principali ‘razze’ coltivate in Puglia: 1) ‘Morettino’, descritto come ‘retato, a fuso, sempre verde, d’un solo fondo, senza fette’; 2) ‘Gialletto’, ‘tutto giallo, di forma sferica o sferoidale,(…), polpa soda e croccante, a sapore dolce e profumata, (…), varietà di lunga conservazione invernale’; 3) ‘Squisito gialletto listato verde’, ritenuto essere un incrocio con il ‘Morettino’; 4) ‘Morettino non retato’, giudicato di minore pregio; 5) ‘Egiziano’, ‘a frutto voluminoso, di forma cilindrica o tondeggiante, corteccia color bianco sporco, con macchie rugginose, (…), polpa bianco nivea, (…) di minor pregio, ma di maggiore produttività e precocità’; 6) i meloni ‘Zuccherini’, ‘a frutto medio odoroso, sferico, schiacciato o ellissoide, di scarso valore’.
In un articolo di Vittorio Marzi (divenuto poi professore ordinario di Coltivazioni Erbacee presso la Facoltà di Agraria di Bari), intitolato ‘La coltura del cocomero e del mellone in Puglia ed il miglioramento della tecnica colturale’, estratto da un numero della rivista Terra Pugliese del 1960 (edizioni Leone, Foggia), viene evidenziato che La Puglia era tra le principali regioni produttrici di melone e cocomero negli anni ‘50: la superficie media annua era di circa 5.000 ha (il 17,7% dell’intera produzione nazionale), con una produzione media di 777.140 quintali (delle quali 537.570 di melone). Tra i maggiori centri di produzione vi era la provincia di Brindisi, nella quale tuttavia proprio in quegli anni iniziava una graduale sostituzione con impianti di vigneto, a motivo della maggiore redditività del settore vitivinicolo e della crescente difficoltà di collocamento del prodotto sul mercato, dovuta anche alla crescente diffusione della coltura in altre zone (in particolare a Manfredonia nella provincia di Foggia).

Sul frontespizio dell’articolo del dott. Marzi dedicato alla coltura del cocomero e del melone in Puglia negli anni ‘50 (Leone edizioni, Foggia, 1960).
In relazione alle cultivar più diffuse, il dott. Marzi cita un articolo del dott. Arnese (‘Mellonicoltura e melloni brindisini’, Edizioni Brindisine, 1931), secondo il quale si possono distinguere quattro tipi principali di melone coltivati in Puglia. Secondo l’autore, un aspetto comune a tutti i tipi descritti è uno sviluppo vegetativo rigoglioso e rapido, mentre la maturazione è un po’ tardiva, di solito verso i primi di agosto, tranne che per i tipi zuccherini più precoci. L’autore sottolinea che questi tipi erano considerati tra i migliori ‘poponi’ invernali coltivati in Italia in particolare per le caratteristiche organolettiche, e ben noti con il nome di ‘meloni brindisini’.

Il Museo Orazio Comes (http://www.centromusa.it/it/museo-botanico-orazio-comes.html), all’interno della Reggia edificata da Carlo di Borbone nella cittadina campana di Portici, in cui venne fondata, nel 1872, la Reale Scuola Superiore di Agricoltura (poi Istituto Superiore Agrario e ora Facoltà di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, custodisce alcune preziose tavole in cui sono raffigurati circa 700 dipinti di varietà coltivate tra Otto e Novecento, commissionate dal prof. Francesco de Rosa, primo titolare della cattedra di Orticoltura. «Quasi 500 sono realizzati con una tecnica che li rende tridimensionali e gran parte dei dipinti sono firmati da raffinati pittori napoletani di fine ottocento. Si possono ammirare i doviziosi acquerelli di Giovan Battista Filosa, i delicati di Gennaro Irolli, le vivide rappresentazioni di Enrico Ortolani e le pregevoli riproduzioni di datteri del Bugliesi, illustratore di cronache tripolitane. La raccolta rappresenta una testimonianza completa e preziosissima della biodiversità in ortofrutticoltura: una memoria visiva di centinaia di varietà di frutta e ortaggi coltivate in Campania e in Italia all’inizio del secolo scorso, molte delle quali abbandonate e da considerarsi estinte. La collezione è stata restaurata e digitalizzata grazie all’impegno della prof. Stefania De Pascale, con il contributo di Rossopomodoro».
Orazio Comes, nativo di Monopoli, dal 1906 al 1917 fu direttore dell’Istituto superiore agrario di Portici. Fu lui «a riunire, tra il 1877 ed il 1917, un cospicuo patrimonio scientifico, nel quale spicca un Erbario costituito da campagne di ricerca e dall’acquisto di importanti erbari e reperti come la Xilotomoteca italica di Adriano Fiori.»
A lui è dedicato il Museo botanico di cui il primo nucleo «risale all’opera di Nicola Antonio Pedicino, che ricoprì per primo la cattedra di Botanica della Reale Scuola Superiore di Agricoltura di Portici, fondata nel 1872.»
Le tavole illustrate, rappresentano testimonianze di inestimabile valore nello studio della biodiversità e delle varietà locali, e permettono di comparare le conoscenze attuali con quelle di inizio ‘900, restituendoci delle prove della tradizionalità di alcune colture. Tra le tavole illustrate va segnalata quella del Melone giallo lungo di Brindisi che qui riproduciamo.

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