Cocomero tipico di San Matteo Decima

Prodotto agroalimentare tradizionale Italiano – P.A.T. 

ELENCO PRODUTTORI

Zona di produzione: Il territorio di produzione del “Cocomero tipico di San Matteo Decima”” è geograficamente circoscritto nel modo seguente:

A Nord: via Dei Conti, via Molinazzo e dalla Statale 255 (dalla Villa Giovannina al Morando). Dalla Statale 255 in Località Morando delimitato dal Canale di Cento e dall’argine traversante fino al fiume Reno.

Ad Est: partendo dall’unione dell’argine traversante al fiume Reno segue il fiume fino all’immissione nel torrente Samoggia. Indi il terrente Samoggia fino a via Biancolina.

A Sud: via Biancolina fino al collettore acque alte e prosegue seguendo il corso del collettore entrando nel Comune di S. Agata Bolognese.

A Ovest: segue il percorso del collettore acque alte fino all’altezza di via Dei Conti. Complessivamente la zona si estende su una superficie di 5000 ha.

Materiali e attrezzatura specifiche utilizzate per la preparazione, il confezionamento o l’imballaggio: Sono utilizzati materiali secondo le norme igienico-sanitarie

Descrizione dei locali di lavorazione conservazione e stagionatura: I locali sono autorizzati ai sensi della norma igienico-sanitaria e non necessitano di deroghe

Storia accertata: Le antiche testimonianze sulle caratteristiche del cucumis non contribuiscono a far luce sull’argomento. Varrone (I sec. a. C.) canta come “si gonfi avvolto tra l’erba il cocomero”, ciò potrebbe indurci a pensare che i cocomeri di allora e quelli di oggi siano la stessa cosa. Ma Isidoro di Siviglia (VI-VII sec. d. C.) tramanda che “i cocomeri sono talvolta amari; e quelli che si dice nascano dolci lo sono perché il loro seme viene immerso nel late col seme”. E allora cominciano i nostri sospetti: Quando poi Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), dopo aver elencato vari tipi di cocomeri selvatici, come quello asinino (asininus) e quello serpentiforme (anguimus), dei quali enuncia le molteplici qualità medicinali, ci dice che i cucumeres domestici “ci piacciono verdi e più piccoli possibili, mentre nelle province li vogliono della grandezza massima e color cera o neri”, risulta evidente che si tratta probabilmente dei nostri cetrioli. Ma lo stesso Plinio continua dicendo: “In Africa crescono più numerosi che altrove; i più grandi vengono dalla Mesia; quando acquistano dimensioni considerevoli sono chiamati pepones”. A questo punto di potrebbe supporre che il termine pepones nasconda la presenza dei nostri cocomeri, considerati erroneamente da Plinio dei cetrioli più grandi; Tertulliano (II-III sec. d. C.), però, volendo offendere un certo Empodocleo, lo definisce “insipido, sciocco, come un pepo”. Nel trattato di agricoltura di Piero De Crescenzi, traslato nella favella fiorentina, edito a Firenze nel 1478, si parla del cocomero come di un’erba selvatica nota, dal cui sugo si ricava un lassativo più o meno dolce, ma si ricorda anche l’utilità per gli sciatici, artritici e podagrici. Negli Annali dell’agricoltura del Regno d’Italia, Filippo Re del 1810, a proposito del cocomero di Pistoia, si consiglia, alla fine di ottobre, di radunare le vinacce che si ricavano dai tini, mescolandole con il letame di cavallo e di pecora e di mettere tale composto al riparo dalle piogge. “Al principio di marzo si ponga nelle buche preparate per la semina;…. Dipendendo la perfezione dei cocomeri dalla bontà del suolo, dalla qualità dei governi e dalla scelta del seme”. In base alla regola che insegna Plinio, si consiglia di porre i semi a macerare in acqua melata, affinché i cocomeri diventino più dolci. Preparato in tale maniera il seme, se ne pongono 7 o 8 nell’occhio già preparato sopra le buche, verso la fine di aprile o ai primi di maggio”. “Per conoscere la maturità ed il punto di coglierli, saranno di ciò avvertiti allorquando si vede al cocomero seccato il viticchio, e che, battendolo con la mano, si sentirà dare un suono torbo”. “Ordinariamente la maturazione dei cocomeri avviene 40 giorni dopo che hanno allegato”. Sempre Filippo Re ricorda che “la malattia che porta alla distruzione dei cocomeri si manifesta talvolta per mezzo di certe macchie o bolle sopra la scorza o buccia dei medesimi, alla quale da alcuni è dato impropriamente il nome di vaiolo”. “Il deperimento deriva o da quella che dicesi malata, oppure da quella che volgarmente chiamasi nebbia e che realmente è ruggine”. “Comunque – afferma Filippo Re – di tutto quello che ho fin qui esposto, si può con ragione concludere che nelle malattie cui vanno soggette le piantine dei cocomeri il rimedio principale è di prevenire piuttosto che curare…”. Nel corso teorico pratico di agricoltura di Carlo Berti Pichat (Torino, 1866, vol. V), si definisce i frutti del cocomero nel modo seguente: “sono graditissimi al popolo il quale si disseta e rinfresca nei calori estivi, mangiandone la polpa acquea, sugosa e dolce. Nell’Egitto ed anco in Sicilia si dà e prescriversi, secondo il Targioni, ai febbricitanti. Quando alla corteccia, ha gli stessi usi vantaggiosi di quella dei poponi (viene mangiata da ogni specie di animali domestici, in particolare dai maiali”). “Il peso dei cocomeri ordinariamente raggiunge le 5 o 10 libbre, ossia i 4 o 10 chilogrammi. I cocomeri napoletani arrivano anche al doppio, mentre i “Pistoiesi” pesano dai 15 ai 25 chilogrammi. Gaetano Cantoni, direttore della Regia scuola superiore di agricoltura di Milano, nell’Enciclopedia agraria italiana del 1882, segnala tra le varietà coltivate in Italia, le seguenti;

  • Il cocomero di Pistoia, che si coltiva generalmente nella media in Italia: esso è un frutto molto grosso, talvolta globoso e talvolta un po’ oblungo, con la polpa di un bel colore rosso, i granelli neri e la buccia esterna di color verde cupo;
  • Il cocomero di Napoli, il quale pare sia identico a quello che i francesi chiamano del Malabar; è un po’ più piccolo, rotondo, con la polpa egualmente rossa, i granelli sono biancastri, con il solo bordo nero;
  • Il cocomero Moscadello che di distingue dagli altri per la polpa dilavata biancastra e i granelli rossi;
  • Il cocomero Brizzolato che ha la scorza verde pallido con striscie bianche, frutto grosso e polpa di colore bianco-rosa.

Alfonso De Candolle, nel trattato “L’origine delle piante coltivate”, edito a Milano nel 1883, per quanto concerne questa specie, scriveva: L’origine del cocomero è stata per molto tempo misconosciuta o sconosciuta. Secondo Linneo, era una pianta del mezzodì dell’Italia. Seringe, nel 1828. La supponeva d’Africa e dell’India, ma non ne forniva alcune prova. Io lo credetti dell’Asia meridionale a cagione della sua coltura comunissima in questa regione. Non la si conosceva allo stato spontaneo. Finalmente fu trovata indigena nell’Africa intertropicale, al di qua ed al di là dell’equatore, ciò che risolve la questione. Livingstone vide dei terreni che ne erano letteralmente coperti. L’uomo e parecchie specie di animali ricercavano avidamente questi frutti selvatici. Essi sono o no amari, senza che nulla lo dimostri all’esterno. I negri colpiscono il frutto con un’azza e assaporano il succo per conoscere se esso è buono o cattivo. Non si è trovata la specie selvatica in Asia. Gli antichi egizi coltivavano il cocomero; esso è figurato nei loro disegni. Vi è motivo di credere che anche gli israeliti conoscessero queste specie, si presume che la mancanza di un antico nome greco, porta all’ipotesi che la specie sia stata introdotta nel mondo greco-romano quasi in principio dell’era cristiana.

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