Castagna fresca e secca di Granaglione

Prodotto agroalimentare tradizionale Italiano – P.A.T. 

ELENCO PRODUTTORI

Zona di produzione: Provincia di Bologna, Territorio della Comunità Montana Alta e Media Valle del Reno, Comune di Granaglione, per la fascia compresa fra i 300 m.s.l.m. ed i 900 m.

Descrizione sintetica del prodotto:

Castagne fresche sfuse; castagne fresche trasformate e confezionate; castagne essiccate con fuoco alimentato con legna di castagno ed in modo tradizionale, sbucciate e confezionate.

Le castagne da farina di Granaglione devono rispondere alle seguenti caratteristiche secondo le varietà sottoindicate:

numero di frutti per riccio non superiore a tre;

pezzatura, di norma, entro i seguenti indici:

  • pastanesi numero di castagne per Kg. 180
  • ceppe numero di castagne per Kg. 130
  • pelose numero di castagne per Kg. 150
  • brovalghe numero di castagne per Kg. 120
  • lisanesi numero di castagne per Kg. 160
  • calaresi numero di castagne per Kg. 150
  • marroni numero di castagne per Kg. 110

è altresì consentita la raccolta fino ad un 30% di castagne selvatiche.

Le castagne secche devono essere, invece, in numero per Kg. da 400 a 500, già pulite delle bucce.

Dall’essiccazione si ottengono, quindi, i seguenti prodotti:

castagne secche            massimo 1/3 del prodotto fresco

zanza o sanza                massimo 1/6 del prodotto fresco

Descrizione delle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura: La lavorazione del castagneto, effettuata in modo assolutamente manuale, è quella che tradizionalmente si ripete da centinaia di anni e l’effetto è quello di ottenere un prodotto naturale genuino e di eccezionale qualità orgaqnolettiche. Le castagne fresche vengono mantenute sfuse ed utilizzate entro il più breve tempo possibile determinando questo il più grosso limite della produzione annuale della zona. Vengono anche trasformate in marmellate od in vasetti, ma il tutto a livello assolutamante artigianale. Per le castagne secche destinate al consumo come tali vengono confezionate in sacchetti procedendo alla scelta selettiva delle castagne secche complessive prima di consegnare il rimanente prodotto al mulino per la macinazione.

Materiali e attrezzatura specifiche utilizzate per la preparazione, il confezionamento o l’imballaggio: Sono utilizzati materiali secondo le norme igienico-sanitarie

Descrizione dei locali di lavorazione conservazione e stagionatura: I locali sono autorizzati ai sensi della norma igienico-sanitaria e non necessitano di deroghe

Storia accertata: Il castagno, originario dell’Asia Minore, ricopre quasi il 10% della superficie forestale dell’Italia e caratterizza il paesaggio delle aree collinari e montane. La sua presenza può farsi risalire a migliaia di anni addietro ma è durante l’Impero Romano che prende la massima diffusione nelle zone dell’Impero. Il castagno, fornitore di un alimento di primaria importanza, diventa “albero del pane” e con l’insediamento di tale specie si diffondono anche le varie tecniche colturali onde ottenere frutti sempre più abbondanti e di migliore qualità e quindi di più pregio. Anche nell’Alta Valle del Reno e quindi nel territorio comunale di Granaglione si diffonde la coltivazione della “Castanea Sativa”. Castanea deriva probabilmente dalla città di “Kastania” in Tessaglia e sativa che significa “piantata” o “coltivata”. La presenza di estese selve castanili nell’Appennino Tosco-Emiliano è dovuta inoltre alle condizioni vocazionali della zona e da sempre rappresenta uno dei simboli storico-culturali, oltre che economici, dell’Alta Valle del Reno e di Granaglione in particolare. La storia degli insediamenti dei castagneti nel territorio del comune di Granaglione non ci aiuta a ricostruire l’età di questi insediamenti; possiamo però desumere che il castagno, visto il suo grande sviluppo attuale, sia stato introdotto da vecchissima data come ci insegna anche lo sviluppo di alcune piante pluricentenarie che ancora sopravvivono alla campagna del tannino. Attorno all’anno 1920, infatti, nella zona fu insediata una fabbrica per la produzione di tanninoricavato dalla distillazione del legno dei castagni centenari e tale lavorazione si sviluppò a tal punto in tutt’Italia sì che fu necessario l’emanazione di una legge specifica ( n. 973 del 18.6.1931 ) che dettava provvedimenti restrittivi per la tutela dei castagneti ed il controllo delle fabbriche per la produzione  del tannino dal legno di castagno. Solo alcune foto scattate all’inizio del secolo ed alcuni scritti risalenti al 1975 che documentano alcune storie successe nel ‘600 con riferimento al castagno ci danno un indice abbastanza remoto dell’insediamento del castagno in questo territorio (si allegano foto e copie degli scritti pubblicati). La principale importanza, comunque, di questa coltura viene richiamata in diverse controversie e dispute di cui si trovano tracce negli archivi parrocchiali per abbattimento di castagni o divergenze di confini. Anche per i tagli di vecchi castagni per il rinnovamento delle piante stesse dovevano essere rispettate rigide procedure onde non depauperare quella che era ritenuta una ricchezza generale del luogo. Il castagno si è diffuso nel corso dei secoli in modo tanto grande da soppiantare ogni altra specie della zona; infatti nel comune di Granaglione, che ha una estensione di 3900 ettari, in quasi 2000 si registra la diffusione del castagno di cui 600 erano, fino agli anni ‘950, castagneti da frutto coltivati. L’importanza e la ricchezza del castagneto da frutto non si esauriva solamente con la produzione dei frutti; la produzione del legname da lavoro e da riscaldamento, la produzione foraggera e dei funghi erano fonti di guadagno importantissime fornite dalle selve castanili. La zootecnia, che era rappresentata particolarmente dall’allevamento ovino, è stata per secoli complementare alla produzione delle castagne; infatti, sfruttandone la risorsa erbacea si otteneva il duplice scopo di tenere pulito il sottobosco e di utilizzare il foraggio, ossia di consentire la produzione della carne necessaria all’autoconsumo. L’avvento dello sviluppo industriale, che pose termine all’economia dell’autoconsumo causò il crollo dei prezzi e pertanto l’abbandono delle più elementari tecniche colturali, favorì l’insorgere delle malattie fungine ed il massiccio esodo delle popolazioni dalle zone rurali e montane. La conseguenza fu che la situazione castanicola all’inizio degli anni ’60 si presentava sconfortante. L’impoverimento di questo ingente patrimonio rappresentato dalle selve castanili è dovuto, pertanto, oltre che alle note malattie, anche al continuo abbandono delle cure colturali che venivano praticate nel passato da parte delle popolazioni montane che tenevano in alta considerazione tale coltura, dato che essa costituiva una risorsa fondamentale per l’economia delle popolazioni. L’importanza di tale coltura la si rileva anche dall’estrema frammentazione delle proprietà proprio nel territorio di Granaglione, quando per prima cosa, in caso di successione, si dividevano i castagni a numero. Negli anni ’50, i castagneti abbandonati e decimati dalle malattie, nonché una coltura ed una economia ormai superate, causarono indifferenza e utopistici tentativi, come la produzione del tannino, con conseguente taglio dei vecchi castagni. La progressiva perdita di virulenza delle malattie, unita ad una ripresa d’interesse nei confronti del frutto del castagno arrestarono negli anni ’60 quella che sembrava una tendenza irreversibile, cioè l’abbandono o ancor peggio l’abbattimento dei castagneti. In questo modo che nelle area interessata parecchi ettari di castagneti andarono distrutti. Oggi possiamo registrare invece una crescente tendenza all’interesse della riscoperta del castagno a partire dalla produzione più pregiata che è quella del marrone per arrivare piano piano anche al consumo della farina dolce ottenuta dall’essiccazione delle castagne. Se il castagno ha saputo risorgere e ritornare all’attenzione dell’interesse generale lo stesso non si può affermare per quanto riguarda l’importanza della sua presenza nell’alimentazione della popolazione; attualmente, infatti, il suo consumo ha fortunatamente il carattere soprattutto voluttuario. Per centinaia d’anni, infatti, il castagno ha  rappresentato per la gente di Granaglione un vero e proprio ” albero del pane “: la polenta più o meno condita è stata la portata principale nei tre pasti giornalieri, le castagne secche il premio promesso ai bimbi buoni ed obbedienti, i ” necci “, guerci o a biuscio ( senza niente ), l’alimento essenziale di sopravvivenza e le castagne arrosto il sigillo finale di una serata importante come quelle di ” veglia ” durante le quali diverse famiglie si riunivano nel ” caniccio ” e li si tramandavano storie ed aneddoti e si fantasticava sorseggiando un buon bicchiere di vino e gustando le caldarroste. L’attesa per la riuscita del prodotto e la programmazione delle impegnative fatiche per preparare le castagne secche per la macinazione focalizzavano comunque gli interessi degli uomini che dalla riuscita della qualità del prodotto potevano guardare all’inverno con serenità. E’ certo, comunque, vuoi per lo scarso sviluppo delle scuole e per gli impegni che ognuno doveva escogitare per trovare un valido introito per il sostentamento di tutti i giorni che i nostri avi non hanno lasciato scritti e documenti da cui attingere notizie e dati certi; infatti tutto si tramandava oralmente e in specie nelle lunghe veglie nei canicci. I documenti di cui si può far riferimento sono alcune bolle pèarrocchiali ove si parla, come già detto, di abbattimento di castagni ed accusando il parroco di aver depauperato il patrimonio della Chiesa e dagli studi fatti sui mestieri antichi riportati nel libro ” Il Mondo di Granaglione ” in cui si descrivono i racconti fatti dai vecchi dell’epoca ed  in modo minuzioso si parla del tempo delle castagne e dell’arte della macinazione delle castagne secche; allo scopo di meglio far comprendere l’importanza della castagna nella zona si allegano stralci del volume in cui si descrivono tali racconti.

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