Redga

Situazione attuale:

Vitigno locale a rischio di estinzione.

Sono presenti solo pochi ceppi, per lo più custoditi presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Zanelli”, comune di Reggio Emilia

Non ancora iscritta al Registro nazionale delle varietà di vite.

Foglia:

La foglia adulta è di taglia media, cordiforme o pentagonale, a tre o cinque lobi. Il lembo è bolloso e ha margini contorti. Non presenta pigmentazione antocianica delle nervature.

I denti sono medi, a lati convessi o misti a lati convessi e rettilinei (a volte anche concavi). Il seno peziolare è chiuso (meno di 2 cm), a graffa, sprovvisto di denti. I seni laterali superiori, mediamente profondi, sono aperti, a U. La pagina inferiore è glabra, mentre le nervature sono setolose (media presenza di peli corti).

Il picciolo è rosato, più corto della nervatura principale.

Grappolo:

Il grappolo è medio-lungo (17-18 cm), di forma cilindrica o conica,  con 1 o 2 ali, compatto. Presenta sempre un grappolo secondario di piccole dimensioni. Il peduncolo è corto (5 cm).

L’acino è ellittico largo, di lunghezza media e larghezza medio- stretta. L’epidermide è verde-gialla, pruinosa. La buccia è molto spessa. I vinaccioli sono presenti.

Caratteristiche agronomiche:

Vitigno a media vigoria e dalla buona produttività. Predilige suoli e climi pedecollinari e collinari.

Ulteriori caratteristiche agronomiche e fenologiche sono in corso di valutazione.

Caratteristiche enologiche: 

Valutazioni enologiche ancora da eseguire.

Notizie storiche:

Citata fin dal 1805 da Filippo Re tra i vitigni a bacca bianca che si trovano frequentemente nelle aree pedecollinari , l’autore distingue una Redga grossa bianca da una Redga piccola bianca. Indica poi  la presenza di Redga anche in collina, sebbene con acini più piccoli. Un’analoga distinzione si ritrova nel manoscritto del 1840 di Vincenzo Bertozzi.

Nel XX secolo è citata da Molon (1905) e da Casali (1915) anche con il nome di Gradesana, un vitigno minore presente nel modenese, ma l’identità tra i due vitigni non è certa.

Nel 1928, secondo il ragionier Enzo Umberto Rossi, la Redga è coltivata soprattutto nelle zone di Scandiano, Albinea e Casalgrande.

Sul finire del XX secolo il vitigno è stato salvaguardato dall’istituto d’Istruzione Superiore “A. Zanelli”’ ed è attualmente in corso di studio.

Usi tradizionali:

Uva a duplice attitudine, tradizionalmente conservata per le mense nella stagione invernale oppure utilizzata per la produzione di vini, anche passiti, soprattutto in uvaggio con altri vitigni.

Leggende e curiosità:

Si parla di un vitigno denominato Retica già nel I secolo a.c., nelle Georgiche di Publio Virgilio Marone, e, in seguito, lo troviamo citato anche nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.

Sebbene non sia inusuale che la medesima varietà sia presente in provincie limitrofe con nomi diversi, è da accertare se la Redga del “reggiano” sia chiamata Gradesana nel modenese; anche il Molon (1906), noto ampelografo, espone infatti il dubbio che la Redga reggiana sia più simile al vitigno denominato “Luglienga bianca” piuttosto che alla Gradesana descritta dal Maini nel 1854.

 

Sgavetta:

Situazione attuale: 

Vitigno locale a rischio estinzione.

I pochi ettari coltivati sono localizzati in prevalenza nel  reggiano (circa 12 ha tra pianura e collina) e in misura inferiore nel modenese.

Inserita nella DOC “Colli di Scandiano e di Canossa” nel 1996.

Foglia:

Presenta un elevata variabilità morfologica, per cui si distinguono diversi biotipi, come indicato da Cosmo (1964) e da osservazioni in campo.

A seguito si descrive il tipo più comune.

La foglia adulta è di taglia media, cuneiforme, a cinque-sette lobi (ma anche a tre), con bordi revoluti o contorti. La pagina superiore risulta essere leggermente bollosa. Non presenta pigmentazione antocianica delle nervature, se non talvolta limitata al punto peziolare. La pagina inferiore è verde chiaro, vellutata (elevata presenza di peli dritti) e con bassa presenza di peli striscianti (talvolta media). I denti sono medi, a lati rettilinei. Il seno peziolare è aperto (4-5 cm), con la base sagomata a graffa, e può presentare un dente. I seni superiori non sono molto profondi, tendenti a chiudersi, a U o lira. Il picciolo è verde e rosa.

Grappolo:

Il grappolo si presenta di medie dimensioni, medio-lungo (17 cm), di forma conica, con una o due ali, molto spargolo o spargolo. Il rachide è verde. Il peduncolo è medio-lungo (8 cm).

L’acino ha forma sferoidale o è ellittico largo, di lunghezza e larghezza tra il corto  e il medio. L’epidermide è di colore blu-nera.  La buccia è abbastanza sottile ma consistente e molto pruinosa. La polpa è molle e succosa, non colorata. I vinaccioli sono presenti.

Caratteristiche agronomiche:

Vitigno di buona vigoria e produzione. Presenta un’ottima adattabilità alle diverse situazioni pedo-climatiche (dalla bassa pianura alla collina), sebbene in taluni casi possa essere soggetto a colatura.

Germoglia precocemente. Raggiunge la maturazione nell’ultima decade di settembre. E’ tollerante alle principali crittogame. Presenta una buona fertilità delle gemme basali.

Caratteristiche enologiche:

Si impiega soprattutto per la produzione di vini giovani, freschi, fruttati, con evidenti note di marasca, anche frizzanti, sebbene abbia dimostrato un’ottima tenuta nel tempo come vino fermo. Si ottiene un vino di colore rosso violaceo molto intenso.

Notizie storiche:

La prima citazione documentata risale al 1927,  ad opera di Toni che  annovera la Sgavetta tra i “vitigni migliori e raccomandabili del piano” per l’areale reggiano e modenese.

Nel 1928 il rag. Rossi Enzo Umberto in “L’economia reggiana”, menziona la Sgavetta tra i vitigni più apprezzati e pregiati.

La scheda descrittiva viene redatta da Cosmo e Sardi nel 1964 per il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste.

Greco, nel 1968, dà notizia dell’ampia diffusione della Sgavetta nei comuni della bassa collina, fino a rappresentare il 2% della produzione di uva provinciale.

Successivamente la sua presenza va diminuendo.

Usi tradizionali:

Storicamente utilizzata nel taglio con altri vini per apportare colore.

Leggende e curiosità:

Di recente è stato assaggiato un vino fermo di 11 anni di età che è stato valutato in modo positivo, soprattutto per l’ottima tenuta nel tempo degli aromi fruttati e del colore.

L’elevata variabilità morfologica dei diversi tipi di Sgavetta presenti in provincia, in particolare per i caratteri delle foglie, mettono a dura prova chi voglia identificare tale vitigno.

Risulta essere un ottimo impollinatore per il vitigno Malbo Gentile.

 

Termarina

Situazione attuale:

Vitigno locale a rischio di estinzione, sebbene sia presente anche in altre province della regione Emilia Romagna, tra cui il parmense e il modenese.

Pur essendo ancora reperibile in diversi vigneti del reggiano, dalla bassa pianura alla collina (soprattutto nell’area pedecollinare), si stima che in provincia siano presenti poche centinaia di ceppi,  per una superficie inferiore a un ettaro.

Iscritta al Registro nazionale delle varietà di vite nel 2007 (GU n. 38 del 15-02-2007) e inserita nella DOC “Colli di Scandiano e di Canossa” nel 2009.

Foglia:

La foglia adulta è pentagonale o cuneiforme, a tre-cinque lobi, di taglia media. Il profilo del lembo è contorto. Non presenta alcuna pigmentazione antocianica delle nervature. La bollosità nella pagina superiore del lembo è nulla o leggerissima. I denti hanno lunghezza medio-corta, poco pronunciati, con lati rettilinei. Il seno peziolare è aperto, a V, con la base anch’essa sagomata a V. I seni laterali superiori sono profondi, a lira, a bordi sovrapposti. La pagina inferiore è aracnoidea (bassa densità di peli striscianti), mentre sono assenti i peli dritti. Il picciolo è glabro, di media lunghezza e media grossezza.

Grappolo:

Il grappolo si presenta piccolo, corto, di forma conica, con 3-4 ali e compatto, con un elevato numero di acini. Il grappolo ha un peso medio molto basso, inferiore a 100 grammi. Il peduncolo è cortissimo, sottile, solo leggermente lignificato.

L’acino è molto piccolo, molto corto, sferoidale, uniforme nella grossezza. Il suo peso medio è di soli 0,39 grammi. Il colore dell’epidermide è rosato, uniforme. La buccia è pruinosa, sottile, tenera. La polpa è non colorata e poco succosa, molle. Il cercine è poco evidente. I vinaccioli sono assenti.

Ogni tanto presenta un acino grosso, dotato di vinacciolo.

Il grappolo è inserito a partire dal terzo-quarto nodo. Se ne trovano 1-2 per tralcio.

Caratteristiche agronomiche:

Vitigno vigoroso ma dalla bassa produttività.

Predilige ambienti pedecollinari o collinari, sebbene sia presente anche in pianura. Uva abbastanza precoce, matura la prima decade di settembre.

Vitigno delicato, piuttosto sensibile a oidio e botrite.

Gradazioni elevate, buona acidità e pH.

Basse rese da uva a vino.

Caratteristiche enologiche:

Produce un vino dal profilo aromatico assai originale, con almeno tre descrittori ben differenziati su tipologie di aromi ben distinti. Si notano infatti caratteri vegetali freschi  assimilabili a tubero di patata, note di bacche e ribes (frutti di bosco) e sentori speziati Dotato di persistenza gustativa elevatissima, basso tenore in antociani, alto grado alcolico seppur con una buona acidità (Meglioraldi e altri, 2008).

Notizie storiche:

La prima citazione risale a metà del 1600, ad opera di Vincenzo Tanara, che riporta la coltivazione di un vitigno denominato “Tremarina” o “Uva Marina”.

La diffusione nel XIX secolo della coltivazione in Emilia Romagna della Termarina, pur con nomi diversi, viene illustrata nei diari dei viaggi del conte Gallesio (1839)  , il quale osservando viti nel faentino, nel modenese e nel reggiano, riporta: “La Tramarina è il Corinto rosso degli enologi, è la stessa Romanina dei Romagnoli.

Vincenzo Bertozzi, in un manoscritto del 1840, parla di due varietà di Termarina (Termarèina), una a bacca nera e una a bacca bianca, coltivate negli orti e nelle vigne in provincia di Reggio Emilia.

Il Maini (1854), nel “Catalogo alfabetico di quasi tutte le uve coltivate e conosciute nelle province di Modena e Reggio Emilia”, scrive: “Tremarina, fa vino rosso aromatico, e di gran forza e lunga durata”.

Il cavalier Aggazzotti (1867), alla voce Tramarina rossa del suo Catalogo, indica come sinonimi: Termarina, Uva passerina, Uva di Candia rossa, Passeretta.

Recenti studi (Boccacci e altri, 2005) sui vitigni reggiani hanno definitivamente escluso la sinonimia con il Corinto nero, e la Termarina risulta essere un vitigno unico nel suo genere, autoctono della regione Emilia-Romagna.

Il vitigno è stato di recente recuperato e iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite grazie all’opera del Consorzio per la tutela dei vini DOC “Reggiano” e “Colli di Scandiano e di Canossa”.

Usi tradizionali:

Utilizzata per la produzione di marmellate, per la realizzazione della “saba” (scirppo dal gusto dolce-amaro che accompagnava la polenta), del “Savour” o “Savourette” (utilizzato per la farcitura dei tortelli), da mangiare tal quale e per la produzione di vini.

Leggende e curiosità:

Il cavalier Agazzotti, a metà dell’ ‘800, ben sintetizzava le peculiari caratteristiche della Termarina: “Specialità d’uva vinifera, mangereccia, particolarmente ad uso di condimento culinario. Disseccata al forno od al sole serve di base alla nota Passaretta di Piemonte; ma qui da noi, è calunniata madre di vino proditore (traditore). Ma il fatto sta nel difetto di colore, che perciò, non essendo ricco di schietta lagrima, lo si beve, inconsideratamente come vino da famiglia, mentre che in sostanza, proveniente da uva assai ricca di glucosa, ha la conseguente proprietà di innebriare chi ne beva smodatamente”.

 

Scarsafoglia

Situazione attuale:

Vitigno locale a rischio estinzione.

Sono presenti pochi ceppi, localizzati in prevalenza in alcuni vigneti dello scandianese.

Iscritta al Registro nazionale delle varietà di vite nel  2011 (GU n. 177 del 23-7-2011) e in seguito nell’elenco delle varietà di vite idonee alla coltivazione in Emilia-Romagna.

Foglia:

La foglia adulta è cuneiforme o orbicolare, quinquelobata, di taglia media. Il profilo del lembo è contorto. La pagina superiore presenta una bollosità da media a forte e una pigmentazione antocianica delle nervature principali fino alla prima biforcazione. I denti sono a lati convessi e rettilinei. Il seno peziolare è aperto, con base sagomata a V. I seni laterali superiori presentano spesso un dente. La pagina inferiore è lanuginosa (media presenza di peli striscianti), mentre vi è una bassa presenza di peli dritti.

Il picciolo, di colore verde arrossato, può presentare un tomento aracnoideo.

Grappolo:

Il grappolo è di lunghezza media (16 cm), cilindrico, con una o due ali, tendenzialmente spargolo. La sua compattezza è da media ad elevata, medio il numero di acini. Il peduncolo è corto (5 cm).

L’acino ha forma ellissoidale largo: di lunghezza media, e corto-medio di larghezza, regolare. La buccia è di colore verde-giallo, di medio spessore, caratterizzata da numerose lenticelle. La polpa molle, non ha colore.

A volte presenta acinellatura.

Caratteristiche agronomiche;

Varietà abbastanza rustica.

Predilige ambienti collinari, dove non vi siano ristagni d’acqua. Si caratterizza per una vigoria contenuta, associata a fertilità e produttività soddisfacenti seppur non elevate.

Abbastanza tollerante alle Botrite, sensibile a Peronospora e Oidio.

Maturazione tardiva, intorno alla terza decade di settembre.

Caratteristiche enologiche:

Produce un vino dal colore giallo chiaro di media intensità con riflessi giallognoli/verdognoli. Il profilo olfattivo è molto piacevole, di buona intensità con interessanti note fiorali (rosa e altri fiori) e fruttate (pesca, mela, limone). Al gusto si presenta equilibrato, di media acidità, leggermente amarognolo, sapido, di buona struttura e persistenza gusto-olfattiva.

Notizie storiche:

La prima citazione risale al conte Gallesio (1839),  in riferimento a una varietà denominata Squarciafoglia (detta anche Vernaccia) e che, insieme a Spargolina, Occhio di gatto, Malvasia e Cedra, sono le “uve dominanti nelle colline di Casalgrande, Vinazzano e Borzano, ed è con queste uve che si fanno i famosi vini di Scandiano”.

Nel 1840 viene nominata da Bertozzi Vincenzo, nell’elenco di uve bianche coltivate nei campi della provincia reggiana e poi nel 1867 dall’Agazzotti, che riporta: “Uva tra le prime da vino, ed anche se adoprata sola, come accennai parlando delle aromatiche, Malvasia, Moscato, ecc. né sarà mai trovata in eccesso nella composizione, perché conferisce un non superabile gusto dolce, delicato e permanente, tanto desiderato nei vini bianchi, ma che purtroppo non è sempre agevole in conseguire. Sola produce un buonissimo vino giallo dorato, che molto invecchiato non credo possa superarsi in naturale delicatezza.” In seguito viene citato dal conte Di Rovasenda (1877),  da Casali (1915), da Fornaciari (1924), da Greco  (1968) e da Rota (1983). Gli autori indicano la zona di Scandiano come la principale zona di diffusione della varietà.

Usi tradizionali: Produzione di vino, per lo più insieme ad altre varietà, come era consuetudine della zona.

Leggende e curiosità:

Tra i viticoltori di Scandiano, circola la leggenda secondo la quale questo vitigno fu introdotto dalla Grecia da un certo Ing. Angelini, esperto e appassionato viticoltore all’inizio del 1800, e impiantata dapprima nei colli di S. Ruffino e poi diffusa nel resto del comune.

Circa la coltivazione della Scarsafoglia, l’Agazzotti (1867) dice: “La vite non richiede speciale coltivazione: ma però anch’essa predilige il piè di colle, e terra sciolta. In esposizione solatia adattasi alla corta potatura delle vigne, ma sale (però con qualche difficoltà) sugli alti alberi. Il numero de’ grappoli supplisce alla loro piccolezza, dando solamente maggior briga nel raccoglierli. Non è primaticcia, anzi volendo delicatezza in grado superlativo, sarà bene lasciare sulla pianta il frutto il più possibile, pazientando il consumo fattone dagli uccelli e dagli insetti”.

Interessante la spiccata nota aromatica di rosa, avvalorata da molte testimonianze, che sembra caratterizzare l’uva e il vino ottenuto da questa varietà.

 

Spergola

Situazione attuale:

Vitigno locale non a rischio di estinzione, per la presenza di numerosi  ettari coltivati in provincia, tanto da rappresentare la seconda varietà a bacca bianca del territorio per importanza.

Coltivato in prevalenza nella zona centro-orientale della fascia collinare, in particolare nei comuni di Scandiano e limitrofi.

Vitigno principale della denominazione di origine controllata  DOC “Bianco di Scandiano” (ora “Colli di Scandiano e di Canossa DOC Bianco”) fin dal 1976.

Foglia:

Presenta un elevata variabilità morfologica, per cui si distinguono diversi biotipi (Bondi, 2009).

A seguito si descrive il tipo iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite (Venturi e Fontana, 2000).

La foglia adulta è di taglia media, cuneiforme (o pentagonale), trilobata o, talora, intera. Il lembo è piano. Il seno peziolare è aperto con base ad U, talora con un dente. I seni laterali superiori sono poco profondi, a volte appena accennati, a U chiusi ( o a V aperti); assenti quelli inferiori. La pagina superiore presenta nervature verdi, con alcuni peli corti. Le nervature principali sono setolose per la presenza media di peli corti frammisti ad alcuni peli lunghi. Tra le nervature il tomento diviene lanuginoso per la presenza media di peli striscianti; i peli dritti sono molto radi. I denti sono irregolari, a margini convessi, a base larga. Il picciolo è leggermente più corto o uguale alla nervatura centrale, glabro, di colore verde con sfumature rosate leggere.

Grappolo:

Il grappolo è di media grandezza (peso medio 230- 250 grammi), cilindrico o piramidale, un po’ tozzo, di lunghezza medio-corto (160-170 mm), spesso alato (2 ali) , da mediamente compatto a compatto. Il peduncolo è visibile, corto, mediamente lignificato.

L’acino è sferoidale, talora leggermente schiacciato, con ombelico persistente, corto, medio – piccolo (peso medio 2 grammi). Il distacco dell’ acino dal pedicello è abbastanza facile. La buccia è pruinosa, di colore verde-giallastro. I vinaccioli sono presenti.

Caratteristiche agronomiche:

Vitigno vigoroso, dalla produzione buona e costante.

Predilige climi e suoli delle aree collinari.

Pianta mediamente sensibile a oidio, botrite e marciumi acidi.

Matura nella seconda decade di settembre, ma la raccolta può essere anticipata per ottenere basi spumanti.

L’uva è dotata di buona acidità.

Caratteristiche enologiche:

Produce un vino giallo paglierino più o meno intenso, dai profumi caratteristici e persistenti, gradevolmente aromatici, con sentori floreali più evidenti nella versione dolce. Al gusto è sapido, minerale, di giusto corpo, fresco e armonico, varia dal dolce al secco passando per le varie tipologie, con una lieve nota acidula che lo accompagna nel finale.

Notizie storiche:

La Spergola è il vitigno alla base del “Bianco” di Scandiano, un vino conosciuto già nel XVI secolo, come ci ricordano le Memorie  di Bianca Cappello, Granduchessa di Toscana.

Nel 1661, Tanara Vincenzo cita la Pomoria o Peregrina (ritenuta successivamente da diversi autori come Spergola).

Il primo riferimento preciso alla varietà, con il nome di  Spergolina, risale al 1805, ad opera di Filippo Re, che riporta a tal proposito: “uva stupenda, ma che ha moltissimi nomi”; successivamente lodata e descritta da numerosi autori del XIX secolo (Dalla Fossa, Gallesio, Maini, ecc.).

Il Gallesio in particolare, nel 1839, cita “…lo Scandianese però è più celebre per Ie uve bianche e vi si fanno difatto dei vini bianchi squisiti… essi si compongono di Spargolina, Occhio di gatto, Malvasia e Cedra”.

Nel XIX e XX secolo i vini ottenuti dalla Spergola sono sempre più apprezzati e rinomati, finché nel 1976 non nasce la DOC “Bianco di Scandiano” che prevede la presenza di tale vitigno per un minimo dell’85%, coltivata in vigneti presenti nel suddetto comune e limitrofi.

Di recente  il vino cambia nome in “Colli di Scandiano e di Canossa DOC Bianco”, a cui si aggiungono le specificazioni: “Bianco Classico” e “Spergola”, sempre ottenute dal medesimo vitigno.

Usi tradizionali:

Utilizzato per la produzione di vini fermi, frizzanti, spumanti, nonché vini passiti e liquorosi.

Leggenda e curiosità:

La fama del vino bianco delle colline reggiane è ampiamente giustificata, tanto che nel 1842, Antonio Claudio de Valery,  Bibliotecario del re di Francia, nelle guide utilizzate dai viaggiatori, ricorda l’erbazzone reggiano e il “vin blanc sucré de Scandiano”.

Nella seconda metà del ‘900 la Spergola è stata per diversi anni confusa erroneamente con il Sauvignon, sebbene abbia caratteri morfologici ed enologici marcatamene distinti, per cui nel censimento dell’agricoltura del 1970 figura coltivato in provincia solo il Sauvignon. Solo nel 2001, uno studio scientifico chiarisce ufficialmente (sebbene i viticoltori lo sapessero già) che Spergola, Sauvignon e Semillon sono tre varietà distinte, ognuna dotata di propria personalità.

Un recente studio, analizza e confronta diversi biotipi di Spergola, allo scopo di individuare i più comuni e quelli dotati di migliori caratteristiche (Bondi, 2009).

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